Le Monde des religions, novembre-dicembre 2008 —

Nel quarantesimo anniversario dell'enciclica Humanae Vitae, Benedetto XVI ha ribadito con fermezza l'opposizione della Chiesa cattolica alla contraccezione, fatta eccezione per "l'osservanza dei ritmi naturali della fertilità femminile" quando una coppia si trova in "gravi circostanze " che giustificano la pianificazione familiare. Queste affermazioni hanno naturalmente suscitato un coro di critiche che ha evidenziato, ancora una volta, la discrepanza tra la dottrina morale della Chiesa e le norme sociali in evoluzione. Tale discrepanza, di per sé, non mi sembra costituire una critica giustificata. La Chiesa non è un'azienda che deve vendere il proprio messaggio a tutti i costi. Il fatto che il suo discorso sia in disaccordo con l'evoluzione delle nostre società può anche essere un sano segno di resistenza allo spirito dei tempi. Il Papa non è lì per benedire la rivoluzione morale, ma per difendere certe verità in cui crede, anche a rischio di perdere alcuni fedeli. La vera critica che si può muovere a questa condanna della contraccezione riguarda l'argomentazione utilizzata per giustificarla. Benedetto XVI ha ribadito che escludere la possibilità di dare la vita "mediante un'azione volta a impedirela procreazione" equivale a "negare l' intima verità dell'amore coniugale". Legando indissolubilmente l'amore tra i coniugi alla procreazione, il Magistero della Chiesa rimane coerente con un'antica tradizione cattolica che risale a Sant'Agostino, il quale diffida della carne e dei piaceri carnali, e concepisce i rapporti sessuali unicamente nell'ottica della riproduzione. Secondo questa visione, una coppia sterile può davvero sperimentare l'amore? Eppure nulla nei Vangeli corrobora tale interpretazione, e altre tradizioni cristiane, in particolare quelle orientali, offrono una prospettiva completamente diversa sull'amore e sulla sessualità umana. Si pone quindi un problema teologico fondamentale che merita di essere completamente ripensato, non per via dell'evoluzione delle norme sociali, ma per via di una visione della sessualità e dell'amore tra i coniugi altamente discutibile. Senza dimenticare, ovviamente, le spesso drammatiche conseguenze sociali che tale retorica può avere nelle popolazioni impoverite, dove la contraccezione è frequentemente l'unico mezzo efficace per combattere la crescente povertà. Figure religiose come l'Abbé Pierre e Suor Emmanuelle – una giovane centenaria a cui auguro un felice compleanno! – avevano scritto a Giovanni Paolo II in questi termini. È indubbiamente per queste profonde ragioni, e non solo per la rivoluzione morale, che molti cattolici hanno abbandonato le chiese dal 1968. Come ha recentemente affermato il Cardinale Etchegaray, l'enciclica Humanae Vitae uno all'epoca tanto furono sconvolti molti fedeli dalla visione della vita matrimoniale proposta dall'enciclica papale. Questi cattolici disillusi non sono coppie libertine che propugnano una sessualità sfrenata, ma credenti che si amano e non capiscono perché la verità del loro amore debba essere dissolta da una vita sessuale slegata dal desiderio di avere figli. A parte le frange più estremiste, nessun'altra confessione cristiana, anzi nessuna altra religione, sostiene una simile posizione. Perché la Chiesa cattolica ha ancora tanta paura del piacere carnale? È comprensibile che la Chiesa sottolinei la sacralità del dono della vita. Ma la sessualità, vissuta all'interno di un amore autentico, non costituisce forse anch'essa un'esperienza del sacro?